Cristo e Zoroastro

 

Zarathushtra (Zoroastro), l’Araldo di Dio

 

zoroaster

Intorno al 1200 a.C. – gli studiosi divergono su quando visse, ma questa datazione è verosimile – apparve Zarathushtra, l’Araldo, che predicava Dio come Signore – vale a dire autore, da “auctor”, donde: autorità, signoria – della Vita e della Saggezza (il nome divino Ahura Mazda – Ohrmazd in lingua pahlavi include i due significati),  Dio come Bene immacolato, splendente, glorioso, effusivo: una visione che secondo la tradizione era stata dei Poryotkaeshan, i portatori della Legge Primordiale, in sostanza i Noachidi dell’Iran.
In un’epoca in cui visioni aberranti e riti cruenti dominavano le religioni (compresa quella di Israele), il profeta dell’Iran spirituale cercò di restaurare il mazdayasna, il culto di Dio attraverso la virtù, la bontà, la preghiera, la lode. Fu, questo, un punto di svolta della vita religiosa sulla Terra.
Da allora si disse mazdeo chi, credendo nel Saggio Signore, splendente (rayōmand) e glorioso (khōremand), lo adora, come vuole Gesù Cristo, in “spirito e verità” (Gv. 4, 24), ovvero, per usare il linguaggio delle Gatha (i “Canti”), in sintonia con Spenta Mainyu (Spirito Effusivo, attributo che equivale a “Santo” nella visione mazdea) e con Asha (Verità/Virtù), (v. Y. 28,1). L’apostolo Giovanni, a sua volta, proclama: “Theòs fos èstin” (“Dio è Luce”): in lui “non è tenebra” (I Gv. 1,5).
Nella essenza di Dio si intrecciano e si fondono Intelletto e Amore, e da tale connubio nasce la Giustizia; quando le creature s’allontanano da Dio la Giustizia, violata, si ritira dal mondo come Astrea nel mito greco, e, specularmente, ogni atto ingiusto equivale a “spingere” Dio lontano dal mondo.
Queste idee-madri – si tramanda in epoca ellenistica – furono insegnate dai Magi di Ohrmazd a cercatori della saggezza celeste quali Platone e Pitagora (che sul lignaggio di Zarathushtra – secondo i loro epigoni – vollero innestarsi) e ai figli dell’Israele spirituale (è chiaro, dal Talmud, che l’angelologia giunse agli Ebrei da Babilonia iranizzata). E fin dagli albori del Rinascimento, l’Araldo venne ritenuto il fondatore della prisca theologia, come riconosce Marsilio Ficino, al cui pensiero il mazdeo-cristianesimo attinge. Nel sermone De stella Magorum, il grande maestro dell’Accademia neoplatonica fiorentina dichiara che la Stella d’Oriente era in realtà una epifania luminosa dell’arcangelo Gabriele, “ambasciatore” di Dio nella vita naturale e corrispondente – nella geografia sacra o “ierografia” – allo yazad (“adorabile”, di fatto: angelo) Srosh del Mazdeismo.
L’angelo della “forza di Dio” (Gabri’el), del resto, aveva già “preparato” la Natività con l’Annunciazione. Occorreva quella forza per compensare la precarietà e la fragilità della vita terrena a seguito della Caduta.
Gabri’el aveva salutato Maria con le parole “Pace a te, diletta dalla grazia, il Signore è con te” e Maria aveva risposto più tardi, dinanzi a Elisabetta, riflettendo quella divina energia, con il canto – in parte mutuato dalla profetessa Hannah (I Sam. 2, 1-10) – noto come Magnificat (Lc. 1, 39-55). Un canto di buona forza, generatrice.

Felici noi, è nato un profeta…”: la Natività di Zarathushtra, il Pastore di Erma e il Vangelo della Verità.

La nascita ideale è gioia sorgiva, aggiunta creativa, possibilità che alimenta i processi interni all’Infinito. Nel Farvardin Yasht la si canta per l’arrivo al mondo e la crescita di Zarathushtra, il quale rallegra le acque, le piante e gli animali, che esclamano “Ushta-nō zātō āthrava, yō Spitāmō Zarathushtrō” (“Felici noi, è nato il Profeta [letteralmente: il veritiero, il virtuoso], Spitama Zarathushtra”) (Yt. 13, 94).
In linea con questa visione, la Gatha Ushtavaiti invoca“ushtā ahmāi yahmāi / ushtā kahmāi cīt” (“gioia a colui tramite cui è gioia ad altri”) (Y. 44, 1)
L’immediato raffronto mazdeo-cristiano, qui, è con l’annunzio evangelico di una “grande gioia” (Lc.2, 10) per la nascita di Gesù, ma ulteriori risonanze si trovano, ad esempio: nella II Lettera ai Corinti dell’apostolo Paolo, ove si parla di gioia abbondante (2 Cor. 7, 4) perfino nella pena (buona parte della Lettera è percorsa da una sorta di dialettica tra i due opposti stati emotivi), una gioia in questo caso suscitata dalla Resurrezione; nell’enigmatico Pastore di Erma (II sec. d.C.), che vede nella gioia l’essenza dello Spirito (cap. XLII) e manifesta (per coerenza con l’assunto, non con il Vangelo) riprovazione per la mestizia, come farà, in toni tanto perentori quanto discutibili, lo Zoroastrismo di età sassanide; nello “gnostico” Vangelo della Verità, il cui primo versetto afferma la gioia dei “chiamati” nell’udire la Buona Notizia del Cristo-Verità.
La gioia del Natale nasce dalla fiducia nella bontà ultima della vita.D’altronde, la fede nella Bontà suprema – che, nel Genesi, Dio contempla riflessa dalle sue creazioni e pone a sigillo di ogni giorno del ciclo creativo (“… e Dio vide che questo era buono”) – nasce con la fiducia vitale del bambino, che si aspetta il meglio dalle persone e dai giorni, e si nutre dello spirito di meraviglia, anch’esso tesoro dell’infanzia: “Lasciate che i bimbi vengano a me, non glielo proibite, perché il Regno di Dio è per chi assomiglia a loro. In verità vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto” (Mc. 10, 1-15). Non solo i bimbi sono i cittadini del Regno, ma tutti gli indifesi e gli afflitti: “Venite a me,voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt. 11, 28). I confusi, gli spaventati, i reietti sono convocati a Betlemme


Il Cristo Salvatore: mistero di Luce e di Presenza

 

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Dopo la  morte di Gesù i Suoi discepoli, e i loro seguaci, si applicarono a tradurre in idee e azioni quel carisma, sul quale da subito si differenziarono e si divisero, non accorgendosi – a causa degli influssi separativi dell’Avversario – che avrebbero potuto integrarsi e illustrarlo ancor meglio proprio grazie alla varietà dei tratti individuati ed evidenziati.

Fin dall’inizio vi fu chi, come gli ebioniti e i nazareni fedeli allo spirito ebraico, rimarcava l’aspetto profetico e messianico ma sostanzialmente umano di Gesù, e chi invece percepiva l’Oltre manifesto in Lui, per cui il Maestro assumeva le sembianze di una entità partecipe della Creazione stessa e la sua manifestazione umana veniva traslata in quella del Verbo creatore e illuminatore, secondo una lettura ontologica ad personam del Prologo giovanneo (Gv. 1, 1-5). Valentino e i suoi costruirono perfino una complessa saga spirituale del cosmo intorno al Christos eone, che avrebbe dovuto salvare Sophia (la saggezza) decaduta. Poi venne il tema della grazia: vi fu chi, come Agostino d’Ippona, credeva nella impossibilità per l’uomo di accedere al Cielo se non per grazia di Dio (idea che lo avrà confortato poi, dati i tragici errori che egli introdusse nel Cristianesimo), e chi come Pelagio era convinto della possibilità, che diventa dovere, di una cooperazione dell’uomo con Dio nel bene. Tante sfumature, una miriade di distinguo, spesso capziosi, ma altrettanto spesso utili a cogliere meglio i molteplici valori sgorgati da quella Presenza. C’era chi, vedendo il Dio Vivente all’opera in Cristo, giunse tout court a identificarLi, e chi come Ario tendeva verso un Christós-ánghelos, non solo in quanto messaggero di Dio, ma come entità intermedia tra uomo e Dio.

E così fu nei secoli, in un crescendo di frizioni che degenerarono in persecuzioni e lotte (tra partiti ortodossi ed “eresie”, ma anche tra l’uno e l’altro partito ortodosso, e tra l’una e l’altra “eresia”): tuttavia, è un dato di fatto che nessuna fede nel mondo ha fatto germinare tante diverse visioni – ricordiamolo: anche complementari, più spesso di quanto si sia voluto ammettere  – come quella cristiana, con una ricchezza di riflessioni, immagini, ecc. che è un tesoro inestimabile e uno stimolo per nuove acquisizioni sulla via verso Cristo. E non si tratta, sia chiaro, di un pensiero relativista, bensì di un pensiero organico, che è precisamente l’opposto.

Le differenze teologiche si risolvono spesso in ritratti di “facce” del divino: così l’idea trinitaria – come visione del modello fondante la “circolazione” dell’amore e dell’intelletto infra-divini – riempie l’anima di stupore e dynamis; quella unitaria, nella sua essenzialità, capta il riflesso dell’Assoluto e trasmetta all’anima stabilità assiale. Di fascino impareggiabile è l’ “unità plurale” di Dio (anche rivisitata alla luce di una filosofia dell’esistenza, come in Tillich e in Moltmann), ma altrettanto sublimi sono le parole del teologo unitariano James Martineau, nei suoi Essays (II:11, 12), sull’Incarnazione universale.

Sì, nello spirito universalista cristiano tutte le visioni oneste e devote del Cristo hanno una loro ragion d’essere. Anche quelle trans-cristiane: mazdeo-cristiane (decisive, per noi), ma anche platonico-cristiane, indù-cristiane, buddhiste-cristiane ecc., che dall’antico Manicheismo al movimento Navavidhan di Keshub Chandra Sen, passando attraverso l’Accademia di Marsilio Ficino e i “platonici di Cambridge”, sono fiorite nel tempo facendo sì che il granello di senape degli inizi diventasse anche in questo senso un grande albero frondoso. Un albero capace di accogliere forme innumerevoli di bios spirituale centrate nel Cristo-Logos. Per noi quel che conta di più è che Egli resti il Centro.
Quella Parola agente – redentrice, e perciò elevante, riconciliatrice, e perciò unificante – è all’opera nell’immenso Cosmo: dal villaggio di Bethlehem lo Spirito rivelato in Gesù si espande fino alle estremità della Croce Universale per abbracciare la sfera dell’essere e restituire ogni creatura a quella perfezione (Mt. 5, 48) con la quale e per la quale fu concepita dal Padre”

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