Le Sette Leggi Noachidi

 

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1. astenersi dall’idolatria, ovvero non adorare alcun oggetto o creatura al posto di Dio, perché ciò allontana l’uomo dal proprio centro, lo svia dalla meta a cui è destinato e lo idiotizza, consegnandolo alle Tenebre. L’uso di immagini cultuali (dipinti, statue, ecc.) è legittimo se unito alla piena consapevolezza che esse fungono da supporti o da veicoli soggettivi di un Sacro che le trascende.

2. non profanare il nome di Dio, cioè non infamarlo, non deriderlo e non invocarlo a giustificazione o copertura dei torti. Sia la bestemmia – che peraltro, sul piano civile, costituisce un’offesa al sommo valore cui altri si richiamano – sia una certa “pia” disinvoltura nel citare Dio in modo opportunistico, o narcisistico, vanno esecrate.

3. non assassinare (precetto che include la condanna della guerra, dell’uso e della diffusione di sostanze letali, dei crimini stradali – oggi ignobilmente condonati – e dell’esaltazione mediatica di ogni violenza). La pace noachide è la restaurazione di quella edenica, precedente la Caduta: perciò dobbiamo tenere in gran conto, come ispirate da Dio, le parole del quacchero George Fox agli emissari di Cromwell che intendevano arruolarlo come ufficiale dell’esercito nel 1651: “…Dissi loro che ero partecipe di quel trattato di pace che era stato stipulato prima che esistessero le guerre e le lotte “.

4. non rubare (anche “legalmente”, ad es. non ricompensando in modo equo il lavoro, o attraverso la speculazione e l’usura). Questo precetto implica il dovere, per chiunque sia in grado, di contribuire – sia pur con modalità diverse – al lavoro umano, rifuggendo da ogni ozio sterile: “ora et labora”, la massima benedettina, è di forgia noachide

5. non compiere atti sessuali illeciti (incesto, adulterio, sodomia, promiscuità, ecc.), né incentivarli, ad esempio legittimando – sotto pretesti pseudo-artistici o di libertà – l’oscenità e la trasgressione, o avvilendo il senso del pudore e la pubblica decenza con comportamenti e immagini che esibiscano i corpi, divenuti – con la Caduta – colonie di vanità, colpa e putredine. Occorre ricordare che, come pensava Louis-Claude de Saint-Martin, ciò che entra nell’essere umano per la via della seduzione, dovrà uscirne per quelle della pena e dello schianto.

6. non commettere crudeltà nei confronti degli animali (anche con l’abbandono di quelli domestici, con modalità di trasporto e di stabulazione in cui lo spazio vitale sia negato, con le sperimentazioni cliniche selvagge). E’ evidente che la espressione più completa di questo precetto sta nell’astensione dal consumo di carne e di pesce (vegetarismo), ma è altrettanto evidente che, da un punto di vista noachide, questa è la scelta ottimale, non un obbligo in ogni singola circostanza.

7. stabilire “corti di giustizia”, ovvero garantire la certezza del diritto e porre le basi per la giustizia sociale, partendo da una retta ed equilibrata ripartizione dei beni. Gli abusi nell’esercizio dell’autorità, così come le forbici nelle condizioni economiche e la miseria in cui molte persone oneste sono ridotte – anche se i mezzi per sollevarle da tale condizione ci sono – costituiscono brutali offese a Dio. La forma organica della carità è la giustizia (non è un caso che nella lingua ebraica la parola tzedakah abbia ambedue i significati). La giustizia, affermava Proudhon, è la divinità della coscienza.

I Sette Precetti si diramano da un unico fondamento, che l’Avesta zoroastriano chiama “Asha”, un termine polisemico significante, a seconda dei contesti e degli usi: Verità, Virtù, Rettitudine, Ordine e Purezza, qualità a ben vedere concomitanti.
Asha è dunque il cerchio intimo della Legge Sacra, il suo “ethos”. Come scrive Mazzini nei “Doveri dell’uomo”: “…. Non vi è vita senza legge. Una legge d’aggregazione governa i minerali; una legge di crescita governa le piante; una legge di moto governa gli astri. Svilupparvi, agire, vivere secondo la vostra legge è il primo, anzi unico vostro Dovere”.

 

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