Posizioni sociali

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I. La vera Teocrazia

Ogni civiltà mirante a svilupparsi senza anomalie che la portino a distruzione certa, deve fondarsi su principi spirituali, in buona sostanza teocratici. La storia del genere umano, come affermava lo storico Arnold Toynbee, dimostra che declino spirituale e degrado politico hanno sempre proceduto appaiati.
Teocrazia significa che il fulcro della vita sociale deve essere il principio spirituale, Dio, i cui propositi di giustizia riverberano, con maggiore o minore limpidezza, nelle Scritture di tutte le religioni nonché nelle tradizioni orali dei popoli etnologici, e sono distillati nelle Sette Leggi di Noè.
Governo teocratico non equivale a dominio di un qualsiasi clero (anzi, la pretesa di monopolio della religione da parte di gruppi particolari costituisce una vera e propria usurpazione, contraria alla Legge Divina), ma all’affermazione di un sistema politico che poggi  sullo studio e l’applicazione  dei principi fondamentali riconosciuti nei cammini spirituali dell’uomo, e che incentivi – come oggi non accade – una sana vita interiore nei singoli. Tali principi fondanti sono espressi adeguatamente dalle Sette Leggi.
Per la diversità di idee religiose (e non) presenti nella società odierna, lo Stato non può che collocarsi su un piano di neutralità per così dire teologica, ma questo non significa che esso debba cedere a quel laicismo che vorrebbe cancellare ogni sacralità, o comunque subordinarla alle istanze soggettive, anche le più bizzarre e antisociali. Uno Stato che s’arrenda all’individualismo cade in una contraddizione suicida. La credibilità dell’istituto statuale si fonda sulla sua capacità di definire un bene collettivo al quale le pretese – non i diritti effettivi – degli individui devono piegarsi. E’ chiaro, dunque, che lo Stato “laico” è compatibile con la tradizione mazdea-cristiana solo nella misura in cui rispetta realmente i valori religiosi universali.

II.  Economia divina

L’ideale teocratico investe la sfera economica, che dovrebbe essere retta da criteri di cooperazione e organicità e tendere all’idea della convergenza di capitale e lavoro nelle stesse mani.
L’economia di mercato, soggetta esclusivamente alle forze da essa stessa messe in gioco, conduce inevitabilmente allo spreco, alla devastazione delle risorse planetarie, agli estremi della miseria e del lusso, all’instabilità sociale e al vizio. Tale forma economica, peraltro, nega se stessa dal momento in cui, fatalmente, la competitività che le è intrinseca conduce al primato monopolistico dei più forti e dei più scaltri.
Un altro esito deleterio del mercato è il dominio del capitalismo finanziario, che abbiamo sotto gli occhi, e che dietro l’attivismo delle Borse cela improduttività parassitarie.
Il libero mercato è diventato un idolo. Occorre guardare a un’altra economia, sottoposta al comandamento divino, come nella tradizione biblica è prescritto da Esodo 20,15
La vita materiale del mondo non può reggersi sullo spirito mercantile, che porta in sé una determinante quota di falsità, propiziata dal bisogno o dall’allettamento del guadagno. Una società che si fonda sui mercati è come un ubriaco che corre sull’orlo di un burrone. E se si ritiene, basandosi su analisi storiche, che il mercato sia propulsivo dell’economia, allora è chiaro che dovrà trattarsi di un mercato sociale, opportunamente controllato e orientato a una circolazione effusiva dei beni.
L’economia dovrebbe mirare:
a) a riscattare e potenziare l’agricoltura (prima attività “creativa” dell’uomo rispetto al pianeta), indirizzandola verso tecniche rispettose dell’ambiente e fronteggiando la diserzione delle campagne con insediamenti-satellite disposti a raggiera intorno ai centri urbani
b) a favorire le attività artigianali, che esaltano la dignità dell’uomo creativo, restituendo il cuore delle città, nella misura del possibile, alle “botteghe d’arte”

Bisogna essere consapevoli che, sebbene drastici interventi correttivi da parte di enti comunitari siano auspicabili a fronte dell’attuale caos economico (che è peraltro funzionale al prosperare dell’ingiustizia), la socializzazione coatta e il soffocamento delle energie individuali non possono condurre a esiti proficui. In ultima istanza la vera comunità può costituirsi – e ancor più durare – solo mediante liberi atti di volontà rigenerate.
Come qualsiasi psicologo del lavoro non accecato da pregiudizi ben sa, la motivazione spirituale è un’eccellente risorsa. L’esempio storico più noto è certo quello dei kibbutzim religiosi in Israele, soprattutto agli inizi. Qualche anno fa, negli Stati Uniti, fece rumore un dato, secondo il quale la palma dell’efficienza, nell’ambito del farming, andava alle colonie cristiane hutterite, organizzate secondo criteri di tipo “collettivistico”. Forte fu lo sconcerto di sociologi e economisti, che sono soliti dare per scontata la supremazia funzionale del modello capitalistico. E’ chiaro, in questo caso, che la robusta teocrazia vigente all’interno della comunità hutterita funge da vis a tergo della sua proiezione economica. E forse ciò contribuisce a spiegare come mai il “socialismo reale”, legato a concezioni materialiste della vita, sia fallito.
Un progetto economico efficace non può prescindere, ai nostri giorni più che mai, da premesse ecologiche. Lo sviluppo assoluto è una follia, e alla fine un’impossibilità. Bisogna anche fare riposare la terra, concederle dei periodi sabbatici, quello che nel libro biblico dell’Esodo è chiamato il giubileo

III. La proprietà

La divisione sperequata dei beni pare raramente correlata a dislivelli nelle abilità positive, ma ebbe luogo, in origine, a causa di guerre di conquista, ossia della forza e dell’astuzia proprie all’animalità umana, e si è mantenuta tramite l’istituto ereditario che, così come è giunto fino a noi, è portatore di esclusivismo e vizio. Talvolta il “caso” – l’essere nati in una terra più o meno fertile, o l’avere meno talenti o minor possibilità di svilupparli – può avere giocato un ruolo rilevante nello squilibrio della proprietà, ma anche ciò non è contemplato nell’Ordine Divino (in esso non vi è né casualità né parzialità), bensì è dovuto alle privazioni inflitte dall’Avversario alla Creazione
La proprietà ha uno status duale: c’è una proprietà che – come affermava Mazzini – è il segno dell’agire umano nel mondo, e un’altra che è semplicemente un furto, secondo il motto di Proudhon. All’uomo, pur condizionato da sollecitazioni ambientali ed educative, la scelta.
Quanto alle disparità tra gli uomini, contro chi dice siamo tutti uguali e poi sfrutta tale demagogia per diventare meno uguale degli altri, è sano ammettere che i valori espressi dai singoli non sono affatto uguali, né eguagliabili, ma occorre altresì : a) dolersene, perché si crede che il piano di Dio sia perfetta parità nella perfetta varietà, mentre chi si compiace di una pseudo-eguaglianza vuole in realtà, al seguito dell’Avversario,  mantenere lo squilibrio tra gli uomini; b) tendere a compensarla con il perseguimento di una società organica che valorizzi il meglio di ognuno: c) aprirsi a una trasformazione escatologica

IV. Governo sociale 

Il modello trinitario cristiano, quello settenario nel Mazdeismo (gli Ameshaspand, “che sono sette di un solo pensiero…”) moltiplicantesi nell’assemblea celeste dei fravahr, quello decadario della tetraktys pitagorica ecc., indicano che nella costituzione divina si rinvengono motivi  “sociali”. Altrettanto nell’impianto del creato: vi sono mirabili intrecci tra tutti i suoi comparti e in virtù di tali intrecci, come già Pëtr Kropotkin dimostrò più di un secolo fa ne Il mutuo appoggio, ogni creatura vive per solidarietà di altre: possiamo dedurne che un governo costruito sul piano divino deve essere in primo luogo un governo sociale.
L’auctoritas (da auctor) crea, dunque è divina. Si dice “è un’autorità in materia” di colui che, in un determinato ambito, può “imporre” le proprie idee senza alcuna forzatura, per le competenze che ha mostrato, e può così aiutare
gli altri, istruirli. La vera autorità, dunque, genera libertà; il potere la uccide.
Il mondo moderno vive sull’equivoco secondo cui ogni individuo ha il diritto di fare quel che più gli aggrada, purché non violi l’eguale diritto dell’altro. Questo atomismo sociale, frutto dell’ideologia mercantile (che ha interesse a divellere ogni principio sacrale dalla organizzazione della comunità, per imporre una dissoluzione funzionale al consumo), è impraticabile e mistificatorio, perché – teoricamente sano – è del tutto ipotetico, e nella pratica genera ogni sorta di prevaricazioni. Quali sono, precisamente, i diritti dell’altro? Nessuno lo specifica, perché la sfera dei diritti personali è percepita in modo altamente differenziato, e spesso totalmente contraddittorio, da persona a persona. La percezione dei diritti personali in un cultore di filosofia e in un cultore di motori truccati si divarica fino all’opposizione e alla incompatibilità.
Del resto, che ognuno sia libero di fare, nell’ambito di una liceità nebulosa, quello che vuole, è comunque una menzogna. L’individuo è condizionato da fattori costituzionali, sociali, educativi: partendo dai diritti dell’individuo astratto – e anteponendoli ai doveri, come accade oggi e come Giuseppe Mazzini denunciò già ai suoi tempi – si arriva alla disgregazione o al diritto del più forte – che è in realtà una negazione del diritto, un anti-diritto – o del più numeroso, che quasi sempre è anche il diritto qualitativamente inferiore, un non-diritto, perché, palesemente, la massa tende all’inerzia.
Si pone allora l’esigenza di una gerarchia di valori e di conseguenti priorità, dunque l’attivazione di un fronte di uomini che, per tornare all’esempio del filosofo e del truccatore di motori, sappiano difendere il pensiero creativo contro l’idiozia, il silenzio e il suono contro il rumore,  la sicurezza vitale contro l’aggressività meccanica, la purezza dell’atmosfera contro i veleni. E si rifiutino di avallare, sotto il manto di una bonaria neutralità “democratica”, gli impulsi più bassi, che sono sempre quelli più invasivi. Non vi è, nell’ordine della Verità, e non deve esservi nell’ordine sociale, livellamento dei diritti al grado infimo.

V. Reciprocità e giustizia 

Secondo Pitagora, che – secondo una tradizione raccolta nella sua “Vita”  scritta da Porfirio  – fu istruito dai Magi, la giustizia  “è un quadrato”, cioè si fonda su una simmetria che, applicata alle relazioni interpersonali, potremmo chiamare reciprocità. Essa non equivale alla “legge del taglione”. Quest’ultima è imitativa della materia, dunque grossier, laddove la giustizia autentica considera sempre gli aspetti sottili, l’articolazione delle cause, gli effetti, gli annessi, non è mai un automatismo. Tuttavia, il criterio della reciprocità resta la base di relazioni sane, oltre che della giustizia, di cui è fondamento. Gesù stesso – il quale era in rapporto per così dire dialettico con la giustizia mosaica (includente il “taglione”) e invitava all’uso del perdono manifestando una pietà di tipo “gnostico”, perché associata alla questione della conoscenza come consapevolezza (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, Lc.23:34) – sottoscriveva una connotazione reciproca della giustizia, come appare da più passi dell’Evangelo, né si dichiarò mai, ad esempio, contro la pena capitale per gli assassini, come pretende chi ne legge in modo lassista il messaggio. Zarathushtra, nelle sue “Gatha”, affermava già schiettamente quella visione e si spinge oltre, fino a dire che chi è benevolo col malvagio diventa correo dei suoi misfatti.
Poste tali premesse, va detto che è necessaria una risposta giustiziale al dilagare della violenza, una risposta che deve nel contempo 1) impostare la rettifica delle condizioni sociali criminogene 2) stroncare gli assassini capaci di tutto. Proprio in ossequio al senso di giustizia fondato sulla reciprocità, non già a una idea vendicativa,  si può  osservare che è legittimo ritenere che chi toglie deliberatamente la vita a un innocente, se identificato con certezza, perda il diritto alla propria. Non si può invocare, al riguardo, il perdono, che è una scelta individuale e non delegabile, assumibile solo in prima persona. L’irreversibilità della morte implica l’impossibilità del perdono in questa dimensione: al morto non viene neppure concessa, da chi l’ ha ucciso, la facoltà di perdonare. E’ altresì chiaro che questa posizione di principio può essere temperata dalla scelta (che può divenire “istituto giuridico”) della grazia

VI. Il costume

Un elemento significativo di ogni civiltà è costituito dai valori estetici che esprimeUna civiltà mazdeo-cristiana non può che fondarsi su una visione che trae alimento dall’ordine e dalla purezza.
La Beata Vergine Maria nel Cristianesimo – Daēnā nel Mazdeismo, Sarasvati nel’Induismo, Fatima nell’Ismailismo – è l’ideale di bellezza trascendente inviato da Dio all’uomo come faro e sorgente di ispirazione per ogni arte e mestiere. Rimanda a un’estetica dell’Oltre, alla percezione, alla ricerca e alla creazione di forme più elevate dei corpi corruttibili. Ella cammina – e scorta l’uomo – oltre il noto e il visibile. E’ pura meraviglia e stile assoluto.  Ovunque le arti umane penetrino sotto la scorza del reale o lo trasfigurino, lì lo spirito della bellezza trascendente è all’opera. Ovunque si coglie lo splendore del pudore, ci si avvicina all’estetica divina.

L’esercizio spirituale – e meritorio – di  tale estetica consiste nel rintracciare la divina bellezza, nel saper rileggere le apparenze sotto la guida di uno “spirito intimo” e infondere bellezza al cosmo mediante il pensiero, la parola e l’azione: nell’Avesta, Daēnā spiega al defunto la propria bellezza come generata dalla bontà di lui. Si tratta di un’intuizione stupenda e pregna di implicazioni di rilievo in questo tempo di estetismo sfacciato, truccato, di arte staccata dal centro e così via. Il cercatore di bellezza trascendente, guardando anche il volto più deturpato, può con ispirazione “ricostruire” il modello ideale da cui esso discende. La differenza tra il volto più attraente e quello più orribile è minima in confronto alla differenza tra il primo e quello di qualsiasi fravahr. Cercando l’impronta del modello celeste nei volti ci si avvicina alla gloria delle forme incorruttibili e si distilla bellezza nel mondo della mescolanza.
Il primato della bellezza corporea su quella spirituale è il frutto avvelenato della corruzione diabolica. E’ infatti l’Avversario colui che separa l’interno dall’esterno, che deforma e dilata le apparenze a scapito delle essenze, che spinge l’uomo dal centro alla superficie della vita per poter meglio affliggerlo e lo insidia con gradevoli allucinazioni per spingerlo alla follia e alla distruzione. Ed è ancora esso a discriminare gli uomini sulla base del loro aspetto. Occorre astenersi, in ossequio alla Madre e alla legge spirituale, dal rimarcare il divario tra bellezza e bruttezza esteriori, in caso contrario, nutrendo l’Avversario, si precipiterà nell’abisso: chi si compiace delle distinzioni esteriori chiama morte su sé e sul mondo. Insomma, ogni Libero Muratore dovrebbe essere un artigiano di bellezza, facendo manifestare, tramite la propria buona coscienza, la Donna celeste dal supremo fascino in confronto al quale ogni altra attrattiva degrada. Dopo la morte egli, secondo la visione mazdea, la incontrerà e incorporandola sarà sciolto da ogni desiderio inferiore.

VII. Il giusto mezzo

La tradizione mazdeo-cristiana propugna il giusto  mezzo, che –  osserva Zaehner in The Dawn And Twilight of Zoroastrianism a proposito dell’idea nel Mazdeismo – è pregno di valenze metafisiche, ergo include ma trascende il concetto aristotelico di mesótēs (μεσότης, medietà) come semplice principio virtuoso.
Il “giusto mezzo” è l’assialità divina, conferisce ordine al cosmo e salute ai corpi, mentre il difetto e l’eccesso sono diabolici, inducono il caos e  la malattia. Ma se sale fino al Cielo, il giusto mezzo scende anche dentro la vita di ogni giorno, nelle transazioni economiche: la parola patman, che lo designa nel Dēnkard, significa pure, in pahlavi, contratto. E che cos’è un contratto, se non la definizione a metà strada di doveri e diritti reciproci di due contraenti? E se la tenuta di un contratto presume la lealtà, la buona fede dei contraenti, ne consegue che esiste un nesso tra medietà lealtà.

Sfarzo e sciattezza, finzione e brutalità, calunnia e adulazione sono estranei allo Spirito. Perciò è bene schierarsi contro i loro risvolti sul piano del costume: le fatue mode, i giornali, i film e i programmi televisivi che esaltano l’esteriorità, l’intrigo, la violenza e il mercimonio (a tale proposito, ci vorrebbe il ripristino della censura e un controllo civico rigoroso sui palinsesti), l’aborto (ammissibile soltanto per ragioni terapeutiche), la peste nera del mercato pornografico, la subcultura dello “sballo”, la motorizzazione sfrenata e i suoi molesti raduni, la follia sulle strade (il banditismo stradale, allorché produce morte di innocenti, dovrebbe essere omologato all’omicidio), lo spreco e l’idiozia collegati agli sport, l’uso massiccio, atomizzato e ossessivo della pubblicità, il turismo inquinante di massa e quello, ancor più fetido, d’élite, i ritrovi giovanili in cui si semina corruzione, e ancora: i concorsi di bellezza, la pubblicità di tabacco e alcool, lo sfruttamento commerciale e l’uccisione di animali a scopi voluttuari, la proliferazione di attività mantiche a pagamento (oroscopi, cartomanzia, ecc.) e tutti gli pseudo-servizi inventati per gabbare il prossimo, le grandi lotterie (condividendo quanto nell’Affermazione di Principi Sociali del 1943 dichiarava la Universalist Church of America: “Dobbiamo condannare come distruttive dei migliori interessi della società tute le forme di gioco d’azzardo e di lotterie, che costituiscono un tentativo di ottenere qualcosa per niente..” e che, possiamo aggiungere, incrementano il caso/caos che corrompe l’umanità

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