Testi

Il Fuoco Bianco

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Nella Natività brilla il Fuoco Bianco evocato dalla tradizione mazdea pahlavi.

Colui che è vicino a me è vicino al fuoco” dice Gesù nel Vangelo di Tommaso (Th. 89). Questo è il principio igneo che non si consuma (Es. 3, 2-4), non ustiona e non emette fumo, che alimenta la vita e come il Signore da cui procede è innocente. Solo per l’attacco dell’Avversario il fuoco fisico divenne nocivo, e solo a contatto con la colpa il Fuoco divino diviene divorante:  ne abbiamo un esempio nell’Antico Testamento, Dt. 4,24, relativo all’idolatria, e uno nella Ahunavaiti Gatha, dove è scritto: “…o Signore, noi speriamo che il Tuo Fuoco, vivificante per virtù del Vero, veloce e gagliardo, sia lucente delizia per il fedele, ma con la sua mobile forza sia nocivo, al solo guardarlo,  per chi ci aggredisce” (Y. 34, 4)

Come ricordava U. Pagnotta, ministro della Chiesa Unitariana Italiana, nel suo sermone per la Pentecoste del 1986, quel Fuoco

tende all’unità… è libero, ardente e trasformatore. E gli Atti raccontano: “E il giorno di Pentecoste erano tutti insieme (…) e apparvero loro delle lingue di fuoco e se ne posò una su ciascuno di loro (…) e tutti erano fuori di sé dallo stupore. E altri dicevano: sono pieni di vino dolce” (At.2, 1-13). Ecco qui il Fuoco Sacro, cioè l’esperienza dell’entusiasmo religioso, ed è una “festa” perché Dio si presenta dentro di noi e perché il Fuoco è unità e determina la fusione di tutti i cuori”

C’è un rapporto storico, consuetudinario, tra presepe e focolare, e il fuoco rientra sempre, in qualche modo, nell’allestimento, e allora possiamo vedere anche nello stupore alla Natività il segno di una eterna “Pentecoste”, l’insufflazione ignea dello Spirito nelle creature. E quello stesso Fuoco “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e la morte non ci sarà più” (Ap. 21, 4).

 

Monte Tabor, la trasfigurazione, gli specchi di David Lazzaretti

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La limpida luminosità del Fuoco Bianco, che pervade il presepe, sembra alludere tanto una visione perfetta, quanto a una nuova corporeità, quella che si manifestò sul Monte Tabor:

“ …Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt. 17, 1-2)

La gloria del Tabor  è, per così dire, un ramo, o una ipostasi di quella del presepe (qui infatti c’è il Cielo angelico, là c’è un monte, “alto” sì, ma pur sempre più “basso” del Cielo). In ambedue i casi è la stessa che nel linguaggio mazdeo si chiama khvarͤ nah (pah. khoreh), l’alone persistente del fravahr, prototipo celeste di ogni creatura, nella vita terrena, destinato alla fine a ricongiungersi con essa e plasmarla nel tan-i pasēn, corpo dell’avvenire.

La speranza mazdeo-cristiana implica una trasfigurazione del corpo e del mondo attraverso la Luce. La direzione che essa dovrebbe avere è, secondo Aldo Capitini, la seguente:

“… l’universo mi si presenta come un qualche cosa che vuole la vitalità, la potenza, l’esser forza, a somiglianza di un grande corpo (…); ed io vorrei un universo esterno che avesse la crescente compresenza di tutti, e portasse oltre quel che di superiore mi mostrano i valori (…) Così la religione porta a un realismo opposto a quello affidato alle considerazioni sulla sorte del mondo e sulla fine di parte di esso per eccesso si calore, per urti o per altro; tutti fatti che sembrerebbero essere realissimi, ma che perdono, invece, la loro realtà decisiva davanti alla persuasione religiosa che è molto più verosimile una trasformazione dell’universo per adeguarsi a una realtà più valida, alla quale noi ci congiungiamo non conoscitivamente, ma praticamente”.

Non sappiamo proprio se, con Capitini, si possa affermare che la trasfigurazione del mondo è “verosimile”. Quello che è certo è che si tratta di un atto interiore non limitato alla sfera – pur preziosa di significati – della fantasia, ma coinvolgente anche la speranza, l’etica e la volontà. Escludendo l’ipotesi che sia folle (un assunto del genere contraddirebbe: 1. l’idea basica di Infinito come Possibilità; 2. l’evidenza delle istanze razionali e morali che vi stanno dietro), poniamola pure come wishful thinking o Utopia, perciò connotata da un alto grado di inverosimiglianza: malgrado questo, essa risuona nelle anime con accenti di certezza morale, dunque, a dispetto della sua inverosimiglianza “scientifica”, è l’unica ragionevole dal punto di vista dell’esperienza religiosa, è l’unica per cui valga la pena di battersi. Diciamo “di battersi” (interiormente in primo luogo, e di riflesso all’esterno, perseguendo giustizia, solidarietà, logos), perché concordiamo appieno con Capitini là dove dice che la realtà trasfigurata dalla compresenza, o Uno-Tutti,  si può conoscere praticamente, con atti anticipatori che ci immettano in essa, nel Regno, con una immedesimazione che possiamo chiamare “intelletto d’amore” ma che è di fattura ben diversa dalla speculazione filosofica astratta. Annotiamo a latere che se i nuovi cieli, terre e corpi dovessero essere simmetrici alla radicalità e alla resistenza che la speranza umana di una vita futura (non riducibile all’istinto di conservazione, come innumerevoli ricerche hanno dimostrato), lungi dall’essere evanescenti dovrebbero avere consistenza assoluta.

La nitidezza del Fuoco Bianco e quella dei corpi che esso potrebbe plasmare allo sbocco del tempo nell’Eternità ci rimandano una percezione spirituale importante, quella della “specularità”: quando guardiamo la Natività, più che entrare nella scena – sarebbe invasivo –  ci specchiamo in essa e la riflettiamo intorno a noi, con un cenno, una parola, un sorriso, un silenzio. Il tempo del Natale è pieno di piccole redenzioni.

Ma lo specchio diventa emblema esso stesso del corpo glorioso, come in una sua incredibile esperienza onirico-mistica provò David Lazzaretti, il Profeta dell’Amiata:

Figuratevi di esser in un luogo tutto recinto da tesissimo specchio (…). Dovunque rivolgete lo sguardo vedete effigie simile a voi stesso e in detta effigie pur vedete voi.

Di più ponete mente: questo specchio, figuratevi in idea di esser voi, e che in voi tutte le effigi di voi fanno riflesso, ed in voi stesso tramandar voi stesso, per tante effigi per quante sono in voi: questa è l’idea del divino effetto.

Io era intuito in questo divino specchio e tutto quanto io risplendevo in lui…. Tutte le cose unite in questo specchio, erano tutte risplendenti in noi, e queste tutte insieme in noi eran lo specchio….”

 

 

 

 

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