Verso la Casa del Canto: finestre sull’Oltre

“Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore…” (Gv. 14, 2)

 

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Davanti alle possibili configurazioni dell’Oltre, che ci è ignoto, occorre mantenere in primis il silenzio di chi, onestamente, non può fare alcuna affermazione certificabile (anche quando essa fosse, come convinzione, soggettivamente certa). Se la si facesse, del resto, si rischierebbe di degradare la speranza/visione beata – come è avvenuto il più delle volte, nella storia spirituale dell’umanità – o di renderla scarsamente credibile con descrizioni grandiose quanto, in realtà, asfittiche rispetto alle effettive potenzialità dell’ “oggetto”  da descrivere.
Del resto, quel che possiamo dire dell’Oltre attiene alla sfera valoriale e non a quella fattuale, come  spiega Aldo Capitini nel suo libro La compresenza dei morti e dei viventi, una delle opere più pregnanti su questo tema, insieme a quelle logico-suggestive di Gustav Fechner (da Il piccolo libro della vita dopo la morte La concezione luminosa …) o, per quanto riguarda la “nuova corporeità”, al classico di G.R.S. Mead La dottrina del corpo sottile nella tradizione occidentale.

A questo mondo, si parla in forma presuntuosa e non univoca di quel che accadrebbe dopo la morte: al riguardo c’è chi delira e chi spaccia contraffazioni. Poiché l’esistenza è sospesa tra vita e morte, tra l’essere e il nulla,  è normale che dubbi sulla continuità della vita individuale agitino l’anima.
L’esperienza ci dice, tuttavia, che se è difficile essere certi della conservazione dell’identità personale, è pressoché impossibile non sentirla al fondo della realtà. Soprattutto se: 1) la si spera per tutti; 2) la si considera come identità dinamica, aperta alla trasformazione, non statica.
Tornando al discorso iniziale,  occorre essere consci del fatto che parlare – in modo non congetturale ma assertivo – di qualcosa che non si conosce equivale a mentire, dunque a consegnarsi a druj, matrice demoniaca secondo le Gatha. E sono addestrati al silenzio che si deve all’ineffabile.
Ma l’onesto fedele è confortato, non solo dalla speranza (che non può essere sbrigativamente ridotta a mero istinto di conservazione o a reazione contro la paura della morte), dalla fede e dal senso della giustizia, ma anche dall’intuizione, dalla ragione – che non può non accordare fondamento d’essere a una speranza estranea alla natura –  e da lampi di visione che a volte persistono, diventando così panorami e atmosfere dell’anima. Il presentimento dell’Oltre, poi, accompagna il fedele e allontana dal suo cuore la disperazione, mentre il coro dei buoni antenati canta, sommesso ma insopprimibile, in  lui e tutt’intorno. E contemplando il presepe, egli può percepire l’atmosfera del Paradiso qui e ora.
Le NDE (Near Death Experiences, esperienze di pre-morte), pur non costituendo in alcun modo prove, sono certamente “spiragli” su altre dimensioni, nella terra di confine. Fossero anche il mero prodotto di scariche endorfiniche, esse ci dicono qualcosa di rilevante, quantomeno sull’ethos dell’attività cerebrale, sull’atmosfera in cui la mente fluttua, che conferma la pregnanza dell’immaginazione umana collettiva (non arbitrariamente individuale, perché come si sa la maggior parte delle NDE è convergente).
Per questo i mazdei-cristiani, senza sentenziare, approcciano l’Oltre in modo riflessivo.

Per il valore cosmico del messaggio di Cristo, le “molte dimore” di cui parla l’evangelista Giovanni potrebbero equivalere a stati d’essere che, per così dire, si coagulano in paesaggi, i quali a loro volta farebbero parte di universi paralleli corrispondenti agli habitat spirituali che le anime hanno attirato a sé – o tessuto intorno a sé – con le loro intenzioni profonde ed effettive. Tuttavia, la “variabile” suprema della grazia di Dio ha una parte decisiva nell’orientamento della persona. Orientamento che non è destinazione definitiva, ma crescita nel – o verso il – Bene.
Negli universi paralleli “apicali”, più elevati, le coordinate spazio/temporali sarebbero superabili in ogni punto/attimo.

Resurrezione

Vale la pena di osservare come sia nel Mazdeismo che nel Cristianesimo si parli di un evento trasformatore.
La Resurrezione, prefigurata da tutte le guarigioni e riabilitazioni del corpo e dell’anima sulla terra, è la chiave per comprendere il significato di vita eterna: non il prolungamento di quella terrena, ma una pura “novità” sia pur nella identità, una redenzione del corpo, che nell’economia divina non è un semplice “abito” (e neppure una tomba dello spirito, anche se spesso lo diviene), ma uno strumento e un “confine”, quel benefico, individuante confine – ma confine aperto – che sempre esisterà fra la creatura e il Creatore.
La Resurrezione, sigillata dalla Pasqua di Cristo, sarebbe l’irruzione completa, definitiva e irreversibile della vita di Dio nelle creature, il conferimento dell’immortalità da parte di Colui che solo la possiede come essenza costitutiva, l’Eterno.
E il suo ethos è quello di un convivio, come alle nozze di Cana (Gv. 2, 1-11) o nel dipinto di una festa nuziale di Bruegel il Vecchio

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Un’altra corporeità.

Non è dato figurarsela. Ma valgono certo qualcosa le testimonianze di quanti, patendo grossi impedimenti nel corpo fisico, hanno realizzato la presenza, in sé, di un organismo parallelo. E’ il caso, celebre, di Helen Keller, cieca e sordomuta, che sperimentò la vista e l’udito sottili, quando sul piano denso ne era priva. Il mondo della luce e dei suoni le era precluso, ma dopo aver iniziato a parlare e ascoltare con le mani, dopo aver pensato per anni col corpo, avvertì un giorno, all’improvviso, l’impatto di “un’altra mente” e cominciò a vivere una vita psico-sensoriale di caratura eccezionale. Racconta la Keller di come – simbolicamente si direbbe – “vide” per prima una farfalla, che nella tradizione greco-romana rappresenta l’anima, e con una vera e propria esperienza extra-corporea si ritrovò nell’antica Atene. Tutta la sua vita successiva fu ricca di realizzazioni estetiche e creative dovute all’attivazione di quella sensorialità sottile. In My Religion, libro nel quale interpreta la propria esperienza alla luce delle visioni di Swedenborg, la Keller sostiene che non c’è solo il mondo oggettivo fisico, ma anche un mondo oggettivo spirituale, che percepiamo per mezzo di un autentico “apparato sensoriale” costituito della stessa sostanza di quel mondo. Tale apparato è “speculativo, intuitivo, reminiscente”. “E’ la facoltà – spiega – che porta oggetti distanti entro la cognizione del cieco, cosicché anche le stelle sembrano alla porta (…) Passa in rassegna l’esperienza limitata che traggo da un imperfetto mondo tattile e la presenta alla mia mente affinché la spiritualizzi”. Così, in virtù di questo arcano, come la Keller ognuno può vedere il Sole e ascoltare la musica anche dove, come dice lei, “non vi è altro che tenebre e silenzio”.   

La  Casa del Canto (Garōdmān) 

 La musica è un’essenza che pervade ogni fibra del cosmo. Dal Saggio e Buon Signore fluiscono la melodia, l’armonia e il ritmo, da quelli ineffabili delle sfere celesti, a quelli che alleviano la fatica dei campi o delle cave.
All’uomo-spirito la musica si manifesta anche in colori, forme, profumi; non è irragionevole pensare il paradiso come un luogo di eccezionali sinestesie. La musica è perpetuo volo. L’archetipo della melodia è nella libertà dello spirito; quello dell’armonia nella comunione tra gli spiriti; quello del ritmo nella volontà, l’asse dell’anima. Si può notare come nella musica sia prefigurata la ricongiunzione dei mondi spirituale e corporeo, in quanto gli strumenti di metallo e di legno captano vibrazioni fluenti dal pensiero divino, per trasmetterle all’uomo. Perciò la musica è una sottile incorporazione dell’Oltre. E’ bello immergersi nei suoni, così come nei colori sottili che a miriadi, intensi e sfumati, puri e misti, l’anima stessa genera, e pregustare così la libertà del Garōdmān (la “Casa [o Dimora ] del Canto”, come nella tradizione mazdea si chiama il Paradiso, termine a sua volta di origine iranica che significa “giardino recintato”).
Le esperienze di pre-morte comportano spesso scrosci di musica celestiale.

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Eternità

Per intuire che cosa significhi trascendere il tempo, si può ricorrere a quelle che A. Maslow ha chiamato peak-experiences, esperienze di vetta, a quando, cioè, per qualche trigger (fattore scatenante: ad es. l’amore, la preghiera, le arti, la visione del cosmo), già in questa vita ci immergiamo nella Gloria, e perdiamo, o annulliamo, la percezione temporale, perché quegli attimi sono farciti d’eternità. La “Terra celeste”, nella visione mazdeo-cristiana, si collocherà nella magica ruota di Zurvan, il tempo infinito. Ciò significa che l’eternità si innesterà sul tempo e lo assimilerà a sé, liberandone la scansione, oggi rigida e fatale, in una fluida, crescente e infinita sequenza di attimi gloriosi. Questa sarebbe l’eterna giovinezza del mondo.

 

Michele Moramarco

 

 

 

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